Referendum, vince il No: decisivi elettori “dormienti” e area moderata
Affluenza alta e giovani protagonisti del voto contrario. Il centrodestra tiene nei numeri, ma emergono distinguo interni
Il referendum sulla riforma della giustizia del governo Meloni viene bocciato con il 54% di NO (46% SÌ), lasciando invariata la Costituzione e mostrando un Paese diviso, con affluenza al 59%.
La sconfitta indebolisce politicamente la premier, che però resta in carica e ribadisce il rispetto del voto popolare. La maggioranza proseguirà su altri fronti, mentre emergono tensioni interne.
L’opposizione interpreta il risultato come un segnale politico, si ricompatta e rilancia con primarie e prospettiva di alternativa di governo.
L'analisi del voto
Il risultato del referendum sulla riforma della giustizia è stato fortemente influenzato da una componente spesso invisibile nelle consultazioni elettorali: gli elettori “dormienti”. Si tratta di cittadini che solitamente non votano, ma che in questa occasione – con un’affluenza vicina al 59% – si sono mobilitati in modo significativo, incidendo sull’esito finale.
Secondo le stime degli istituti demoscopici, questa fascia (tra il 10% e il 15% dell’elettorato) si è espressa in larga maggioranza per il No, con percentuali comprese tra il 57,7% e il 65%. Un contributo determinante, anche se non sufficiente da solo a spiegare la vittoria del fronte contrario alla riforma.
A pesare sono stati anche i distinguo interni al centrodestra, soprattutto tra gli elettori moderati. I dati indicano infatti una certa dispersione: tra i sostenitori di Forza Italia e Noi Moderati il sì si ferma all’82,1%, mentre il 17,9% ha votato No. Percentuali simili nella Lega (85,9% sì, 14,1% no), mentre Fratelli d’Italia appare più compatta (88,8% sì).
Nel centrosinistra le defezioni risultano più contenute: gli elettori del Pd si sono espressi per il 90,4% contro la riforma, seguiti dal Movimento 5 Stelle (87% No) e da Alleanza Verdi-Sinistra (93,1% No).
Secondo gli analisti, il voto contrario ha avuto una doppia natura: da un lato la volontà di difendere la Costituzione, motivazione indicata dal 61% degli elettori del No; dall’altro una componente di protesta politica. Circa il 31% dei contrari, infatti, ha dichiarato di aver votato per esprimere opposizione al governo.
Determinante anche il fattore generazionale: i giovani hanno votato in massa contro la riforma, spinti anche da campagne social particolarmente efficaci.
Dal punto di vista territoriale, il No si è imposto quasi ovunque, con l’eccezione di alcune regioni del Nord come Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Percentuali molto elevate si registrano nelle grandi città: Napoli raggiunge il 75%, mentre Bologna e Palermo si attestano intorno al 68%. Resta marcata la differenza nell’affluenza, più alta al Centro-Nord rispetto al Sud.
Il confronto con le elezioni politiche del 2022 offre una lettura più articolata. I voti favorevoli alla riforma superano comunque quelli ottenuti allora dalla maggioranza di centrodestra alla Camera, mentre il fronte del No cresce in modo significativo rispetto ai consensi complessivi di centrosinistra e M5s di quattro anni fa.
Per gli osservatori, dunque, non si tratta di un crollo degli schieramenti tradizionali, quanto piuttosto dell’emergere di un elettorato aggiuntivo, “anti-partitico”, che difficilmente si tradurrà in consenso stabile per le forze politiche.
Una dinamica che, secondo gli esperti, chiude la partita referendaria senza effetti immediati sulla tenuta del governo, ma lascia aperti interrogativi sulla capacità dei partiti di intercettare questo nuovo segmento di elettori.