Annega in piscina a 5 anni, la giudice ferma il processo alla mamma: “Il suo dolore è già una condanna”
Il Tribunale di Bologna sospende il giudizio e rinvia gli atti alla Consulta
Il processo per la morte della piccola Arkea P., cinque anni, annegata il 24 luglio 2024 nella piscina dell’hotel Molino Rosso di Imola, si è fermato alla vigilia della sentenza. La giudice Nicolina Polifroni ha sospeso il procedimento per omicidio colposo e trasmesso gli atti alla Corte Costituzionale, come riferisce Il Resto del Carlino.
Al centro della questione c’è la cosiddetta “pena naturale”: la sofferenza profonda che chi commette un reato colposo subisce come diretta conseguenza della propria condotta. Per la perdita di una figlia, sostiene la giudice, il dolore è tale da rendere superflua la sanzione penale.
La Procura aveva chiesto quattro mesi di reclusione, con le attenuanti generiche, sia per la madre, che si trovava a bordo vasca con l’altra figlia, sia per il bagnino ventiduenne in servizio quel giorno. La difesa, guidata dall’avvocato Antonio Mancino, ha invocato la non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis del codice penale), esclusa però in automatico quando dal reato colposo derivi la morte di una persona.
Nell’ordinanza di una ventina di pagine, la giudice solleva dunque dubbi di legittimità costituzionale in riferimento agli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione, ovvero uguaglianza, libertà personale e funzione rieducativa della pena. Il nodo è la rigidità della norma, che impedisce di valutare il caso concreto anche quando la colpa è lieve e il lutto rende il carcere sproporzionato.
Ora spetta alla Consulta stabilire se, nell’omicidio colposo di un familiare stretto, la pena possa essere esclusa quando il dolore del genitore è già una punizione insuperabile.