Processo Regeni, la requisitoria: “Violenza fredda e organizzata su un uomo inerme”
Il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco: “In giudizio l’esercizio metodico della tortura. Giulio Regeni era un uomo libero, un cittadino italiano”
“Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme”.
Con queste parole il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco ha aperto la sua requisitoria nel processo a carico di quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, imputati per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni.
Nel corso dell’intervento, il magistrato ha descritto il caso come l’espressione di una violenza sistematica e pianificata, sottolineando la natura della condotta contestata agli imputati. “Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio”, ha aggiunto, evidenziando la gravità delle accuse mosse nel procedimento.
Colaiocco ha poi ricordato la figura del ricercatore italiano, sottolineandone l’identità personale e professionale: “E quell’uomo aveva un nome, un volto, una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore. Un uomo libero”.
Il processo in corso rappresenta uno dei casi giudiziari più complessi e simbolici degli ultimi anni nei rapporti tra Italia ed Egitto, legato alla morte del ricercatore friulano avvenuta al Cairo nel 2016 dopo giorni di sparizione, sequestro e torture.
Le indagini italiane hanno da tempo individuato quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani come imputati, mentre il procedimento prosegue in contumacia per l’assenza dei sospettati dal territorio italiano.
Il caso Regeni continua a rappresentare un punto centrale nel dibattito pubblico e diplomatico, con richieste di verità e giustizia ancora fortemente presenti a quasi un decennio dai fatti.