Pensioni sempre più lontane: età media salita di oltre 7 anni in trent'anni
Il rapporto Inps presentato da Fava: bene smart working e bonus asilo nido per l'occupazione femminile, ma l'assegno unico rischia di allontanare le madri dal lavoro
L'età per andare in pensione continua ad allungarsi. Secondo il rapporto annuale dell'Inps, presentato oggi dal presidente Gabriele Fava, se nel 1995 si andava mediamente in pensione a 57 anni e 7 mesi d'età, oggi si è passati a 64 anni e 10 mesi, con un aumento di oltre sette anni in trent'anni.
Tra le cause principali di questa dinamica, spiega il rapporto, ci sono le novità introdotte nel 2011 con la legge Fornero, che hanno innalzato i requisiti contributivi e superato la vecchia pensione di anzianità. Solo tra il 2019 e il 2021 si è registrata una piccola inversione di tendenza, dovuta a Quota 100, misura poi sostituita da strumenti con platee più ridotte come Quota 102 e Quota 103.
Il documento affronta anche il tema del sostegno alla natalità e all'occupazione femminile. L'Inps sottolinea come l'assegno unico e il bonus natalità possano contribuire ad aumentare le nascite, ma rischino di ridurre la partecipazione delle madri al mercato del lavoro se non accompagnati da interventi complementari. Più efficaci, secondo l'istituto, si rivelano invece strumenti come il lavoro da remoto e il bonus asilo nido nel sostenere l'occupazione femminile.
Cresce intanto la componente straniera della forza lavoro: tra il 2019 e il 2025 i lavoratori extra Ue sono aumentati di oltre il 35%, tanto che oggi un lavoratore dipendente su sette è straniero. Un dato che, ha commentato Fava, va letto "con serietà, al di fuori di contrapposizioni ideologiche", perché una quota crescente della base produttiva e contributiva del Paese dipende ormai anche dalla capacità di governare i flussi migratori.
Netto il messaggio conclusivo del presidente dell'Inps: «Non esiste pensione solida senza lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito».