Iran sfida l’ultimatum, gli USA aprono al negoziato
Teheran minaccia ritorsioni devastanti in caso di attacco alle infrastrutture, mentre Washington lavora a canali diplomatici indiretti
La tensione tra Stati Uniti e Iran resta altissima dopo l’ultimatum lanciato dall’amministrazione americana, che avrebbe intimato a Teheran di riaprire lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, minacciando in caso contrario attacchi mirati contro le centrali nucleari iraniane. Una richiesta respinta con fermezza dalla leadership della Repubblica islamica, che rilancia con toni durissimi.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito che qualsiasi attacco contro le infrastrutture energetiche o civili del Paese provocherebbe una risposta su vasta scala. “Non appena le nostre centrali elettriche e le infrastrutture nazionali saranno colpite, tutte le infrastrutture vitali, energetiche e petrolifere dell’intera regione saranno considerate obiettivi legittimi e distrutte in modo irreversibile”, ha dichiarato, lasciando intravedere il rischio concreto di una escalation regionale.
Lo scenario appare quindi estremamente fragile, con la possibilità di un allargamento del conflitto che coinvolgerebbe altri attori del Medio Oriente e metterebbe a rischio l’intero equilibrio energetico globale, a partire proprio dallo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico petrolifero mondiale.
Tuttavia, dietro la linea dura, emergono segnali di una possibile apertura diplomatica. Secondo indiscrezioni riportate da Axios, sarebbero già in corso tentativi di avviare un negoziato tra Washington e Teheran. Su indicazione del presidente americano, una squadra guidata da Jared Kushner e Steve Witkoff starebbe lavorando alla costruzione di un canale di dialogo.
Al momento non esisterebbero contatti diretti tra le due parti, ma alcuni Paesi terzi – tra cui Egitto, Qatar e Regno Unito – avrebbero assunto il ruolo di intermediari, facilitando uno scambio di messaggi tra le capitali.
Le posizioni restano comunque distanti. Teheran avrebbe posto sei condizioni per avviare un confronto, tra cui la cessazione delle ostilità, la chiusura delle basi statunitensi nella regione e il pagamento di risarcimenti. Dall’altra parte, Washington avrebbe avanzato richieste altrettanto stringenti, come la sospensione del programma missilistico per almeno cinque anni e l’interruzione totale dell’arricchimento dell’uranio.
In questo contesto, il rischio di un’escalation militare resta concreto, ma la presenza di canali diplomatici, seppur indiretti, lascia aperto uno spiraglio per una de-escalation negoziata. Molto dipenderà dalla capacità delle due parti di trovare un punto di equilibrio tra sicurezza, deterrenza e interessi strategici.