Il dialogo si spezza, torna lo spettro della guerra
Trump respinge l'ultima proposta iraniana sullo Stretto di Hormuz: negoziato in stallo, tensioni alle stelle. Mohammadi in ospedale in condizioni gravissime
La finestra diplomatica tra Washington e Teheran si sta chiudendo rapidamente. Donald Trump ha respinto l'ultima proposta avanzata dall'Iran per sbloccare la crisi attorno allo Stretto di Hormuz, il corridoio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Il negoziato è di fatto congelato, e con esso si dissolve — almeno per ora — ogni prospettiva di accordo a breve termine.
Dal fronte iraniano arriva una risposta che suona come un avvertimento: «Un nuovo attacco americano è probabile», hanno dichiarato fonti del regime, in quello che gli analisti leggono come un segnale tanto rivolto all'opinione pubblica interna quanto alla comunità internazionale. Un linguaggio che riporta la crisi ai toni più cupi degli ultimi mesi.
I serbatoi si svuotano, ma non per scelta
A rendere il quadro ancora più complesso è l'indiscrezione riportata da Bloomberg, secondo cui Teheran starebbe deliberatamente riducendo la propria produzione di greggio. L'obiettivo non sarebbe economico, ma strategico: evitare che i serbatoi nazionali raggiungano la capacità massima, una situazione che costringerebbe il paese a interrompere del tutto l'estrazione. Una mossa difensiva, dunque, che rivela quanto le sanzioni e l'isolamento stiano pesando sull'economia iraniana, ma che al tempo stesso segnala una certa capacità di adattamento del regime alle pressioni esterne.
Lo scontro con il Congresso si avvicina
Sul fronte interno americano, Trump deve fare i conti con un'altra scadenza che si avvicina: i sessanta giorni previsti dalla legge per ottenere l'autorizzazione parlamentare in caso di operazioni militari prolungate. Una disposizione che il presidente sembra intenzionato a interpretare con la massima elasticità. «Non sono ancora scaduti», ha scritto Trump in una lettera formale inviata al Congresso, una formulazione vaga che lascia aperta ogni opzione e che ha già suscitato le prime reazioni critiche tra i legislatori di entrambi gli schieramenti. Il nodo costituzionale — chi ha il potere di decidere la guerra — si intreccia così con la crisi diplomatica, complicando ulteriormente la posizione americana.
Mohammadi in ospedale: condizioni gravissime
In questo contesto incandescente, una notizia di segno diverso ma non meno grave arriva da Teheran: Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace e voce simbolo del movimento per i diritti delle donne in Iran, è stata trasferita d'urgenza in ospedale. Le sue condizioni sono descritte come «gravissime». La Fondazione che porta avanti la sua battaglia ha denunciato con forza quanto accaduto nelle ultime settimane: «È rimasta 140 giorni in cella senza ricevere alcuna cura medica». Un caso che torna a richiamare l'attenzione internazionale sulle condizioni dei detenuti politici nelle carceri iraniane, proprio nel momento in cui il regime cerca di presentarsi come interlocutore credibile sul piano diplomatico.
Il paradosso è stridente: mentre i negoziatori discutono di petrolio e stretti navali, una delle voci più coraggiose dell'Iran lotta per la vita tra le mura di un ospedale.