Fukushima, quindici anni dopo: una ferita ancora aperta
Oltre 26 mila sfollati e più di duemila dispersi: il Giappone fa i conti con l’eredità del triplice disastro dell’11 marzo 2011
Quindici anni dopo il terremoto di magnitudo 9, lo tsunami e l’incidente nucleare di Fukushima, il Giappone torna a commemorare una delle pagine più drammatiche della sua storia recente. L’11 marzo 2011 resta una data scolpita nella memoria collettiva: un evento catastrofico che provocò oltre 19.700 vittime e innescò la più grave crisi atomica al mondo dopo Chernobyl.
Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Polizia nazionale, i morti accertati sono 15.900, mentre 2.519 persone risultano ancora disperse nelle prefetture di Miyagi, Fukushima e Iwate. A questo bilancio già devastante si aggiungono 3.810 decessi correlati al disastro – tra malattie, peggioramento delle condizioni di salute e suicidi legati allo stress delle evacuazioni – registrati dall’Agenzia per la ricostruzione fino alla fine del 2025.
Nonostante gli sforzi del governo e i progressi nella bonifica delle aree contaminate, la normalità è ancora lontana per migliaia di cittadini. Circa 26.000 persone vivono tuttora da sfollate, impossibilitate a rientrare nelle proprie case a causa delle zone rimaste interdette o delle infrastrutture mai completamente ripristinate.
Le cerimonie ufficiali di oggi non sono solo un momento di ricordo, ma anche un richiamo alla complessità della ricostruzione e alla fragilità del territorio giapponese. Fukushima continua a rappresentare un monito globale sulla gestione del rischio nucleare e sulla capacità delle comunità di rialzarsi dopo una tragedia senza precedenti.